Più che un addio questo è un grazie
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- Creato Mercoledì, 26 Agosto 2026 08:02
- Ultima modifica il Martedì, 08 Settembre 2026 06:35
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Il caro don Franco lascia la parrocchia del Santissimo Salvatore
Don Franco Tassone, quando il Vangelo diventa strada, comunità e vita
Adalberto Ravazzani, Pavia Play TV, 24/08/2026
Ci sono saluti che assomigliano poco agli addii, perché alcune persone, quando attraversano per tanti anni la storia di una comunità, finiscono per diventarne parte al punto che separare la loro presenza fisica da ciò che hanno lasciato è quasi impossibile: don Franco Tassone lascia la parrocchia del Santissimo Salvatore, dopo diciotto anni vissuti nella comunità di San Mauro e dopo una storia ancora più lunga, cominciata negli anni Ottanta come obiettore, proseguita per quindici anni come responsabile della Casa del Giovane e attraversata da luoghi, persone, incontri e responsabilità che hanno fatto della sua esperienza non semplicemente un servizio pastorale, ma una vera idea di Chiesa; una Chiesa che non si limita a parlare del Vangelo, ma prova a renderlo visibile nelle strade, nelle relazioni, nelle periferie dell’esistenza, soprattutto là dove la vita diventa più difficile e dove troppo spesso gli uomini vengono lasciati soli.
Per capire don Franco, però, bisogna tornare ancora più indietro, a quella figura che lui stesso indica come «principio e fondamento» della propria vocazione: don Enzo Boschetti. È lì che qualcosa comincia; non una carriera ecclesiale, non un percorso costruito a tavolino, ma l’incontro con Cristo attraverso un uomo capace di mostrare che il Vangelo non è una teoria da custodire nelle sacrestie, bensì una strada da percorrere insieme agli ultimi, ai fragili, agli esclusi, a coloro che non hanno voce e spesso nemmeno qualcuno disposto ad ascoltarli. Don Franco ha raccolto quella lezione e l’ha trasformata nella propria vita: dalla Casa del Giovane alla Mensa del Fratello, dall’oratorio alla pastorale del lavoro, dalla Caritas alla scuola, dall’esperienza del Ticino fino alla comunità parrocchiale; luoghi diversi, persone diverse, problemi diversi, ma una stessa convinzione di fondo: che il cristianesimo, quando è autentico, non può rimanere soltanto nelle parole.
È forse questo il tratto più profondo della sua esperienza: don Franco ha costruito comunità non proclamando continuamente la necessità di costruirle, ma facendolo nella prassi quotidiana, attraverso la responsabilità, l’ascolto, la presenza, il servizio, la capacità di mettere insieme persone che altrimenti avrebbero continuato a camminare su strade parallele; perché una comunità non nasce quando qualcuno pronuncia una bella frase sulla fraternità, nasce quando qualcuno apre una porta, apparecchia una tavola, ascolta una storia, accompagna una persona fragile, si accorge di chi è rimasto indietro, si assume una responsabilità che nessuno gli aveva chiesto di assumere. Le idee, in don Franco, hanno sempre avuto bisogno di diventare gesti; e i gesti, a loro volta, sono diventati affetti, relazioni, amicizie, legami capaci di durare molto oltre il tempo di un incarico.
La Casa del Giovane rappresenta, in questo senso, molto più di un luogo: è una delle grandi matrici della sua esperienza umana e cristiana; la Mensa del Fratello ne è quasi la conseguenza naturale, perché se davvero si crede che ogni persona abbia una dignità irriducibile, allora il povero non può essere soltanto l’oggetto di una buona azione, ma deve diventare un volto, un nome, una storia, qualcuno con cui condividere una parte della propria strada. È qui che il Vangelo smette di essere una parola astratta e diventa carne; diventa una sedia accanto alla propria, un piatto apparecchiato, una mano tesa, una presenza che non giudica, una porta che resta aperta quando sarebbe molto più semplice chiuderla.
E proprio in questo sta il filo che unisce don Enzo Boschetti a don Franco Tassone: non tanto una successione di esperienze, quanto una visione dell’uomo e della Chiesa. La fede come incontro; la comunità come responsabilità; il povero come fratello; la strada come luogo della testimonianza. Don Enzo aveva insegnato che il Vangelo bisogna portarlo fuori, là dove la vita accade davvero, e don Franco ha continuato a percorrere quella strada con il suo stile, con la sua sensibilità, con le sue inquietudini e anche con quella concretezza che spesso è più eloquente di mille omelie.
Al Santissimo Salvatore il suo cammino si è inserito in una storia che aveva già avuto in don Giuseppe Torchio una figura importante e riconoscibile; ma arrivare dopo qualcuno non significa semplicemente occupare uno spazio lasciato libero, significa assumere una responsabilità, raccogliere una memoria e, nello stesso tempo, avere il coraggio di aggiungervi qualcosa di proprio. Don Franco lo ha fatto senza cancellare ciò che c’era prima, ma provando a continuare quel filo che tiene insieme una comunità: la liturgia, certo, ma anche le persone; la parrocchia, ma anche il quartiere; la chiesa edificio, ma soprattutto la Chiesa fatta di volti, di storie, di fragilità e di speranze.
Diciotto anni sono un tempo abbastanza lungo perché una presenza diventi memoria collettiva; e quando una persona lascia una comunità dopo un tempo simile, non se ne va soltanto un parroco o un sacerdote, se ne va una parte della quotidianità di intere generazioni. Cambieranno le abitudini, cambieranno gli appuntamenti, cambieranno le voci che si incontrano nei corridoi e nelle stanze della parrocchia, ma resteranno le persone incontrate, le relazioni costruite, le parole dette nel momento giusto e quelle forse dette nel momento sbagliato, le discussioni, le decisioni, le iniziative, le fatiche, le risate, le celebrazioni, le emergenze, le porte aperte e soprattutto quella lunga trama invisibile di rapporti umani che costituisce la vera ricchezza di una comunità.
Don Franco lascia San Mauro, dunque, ma non lascia ciò che ha costruito; perché una comunità non è un ufficio dal quale si prende servizio e dal quale, alla fine, si consegnano le chiavi. Una comunità è una storia che continua nelle persone; e se davvero il lavoro pastorale ha avuto un senso, quel senso sopravvive al sacerdote che lo ha svolto, passa da una generazione all’altra, riemerge nei gesti di chi ha imparato a prendersi cura dell’altro, nella disponibilità di chi ha capito che nessuno si salva da solo, nella memoria di chi ha ricevuto qualcosa e un giorno, magari senza nemmeno accorgersene, sarà capace di restituirlo a qualcun altro.
Per questo il saluto a don Franco non può essere soltanto il rituale commiato riservato a chi cambia parrocchia; sarebbe troppo poco per raccontare ciò che egli ha rappresentato e continua a rappresentare per Pavia. Perché una città non è soltanto una somma di strade, piazze, amministrazioni, palazzi e servizi: una città vive anche delle persone che, spesso lontano dai riflettori, hanno dedicato una parte della propria esistenza a tenere insieme ciò che rischiava di separarsi, a dare dignità a chi ne aveva poca, a creare occasioni di incontro dove prevaleva la solitudine, a ricordare che dietro ogni fragilità c’è una persona e dietro ogni persona c’è una storia che merita di essere ascoltata.
Ecco perché, alla fine, resta una parola sola: grazie. Grazie per quello che don Franco ha fatto, per quello che ha rappresentato, per quello che continuerà a rappresentare; grazie per aver raccolto da don Enzo Boschetti una testimonianza esigente del Vangelo e averla trasformata in una presenza concreta, quotidiana, talvolta silenziosa ma sempre riconoscibile; grazie per aver dimostrato che creare comunità non significa semplicemente organizzare iniziative, ma costruire legami, che occuparsi dei fragili non significa soltanto assisterli, ma restituire loro dignità, che testimoniare Cristo non significa soltanto parlarne, ma provare a riconoscerlo nel volto dell’uomo che abbiamo davanti.
A San Mauro resteranno diciotto anni; alla città resterà molto di più: resterà un pezzo di quella Pavia che non fa rumore ma costruisce, che non pretende di avere sempre la risposta ma continua a cercare, che non si limita a proclamare la solidarietà ma la pratica, che sa ancora considerare la persona più importante dell’ideologia e il rapporto umano più prezioso di qualsiasi slogan. È questa, forse, l’eredità più autentica di don Franco Tassone: aver ricordato, attraverso la propria vita, che il Vangelo non è una formula ma un incontro, non è una teoria ma una prassi, non è una parola pronunciata dall’alto ma una strada percorsa insieme.
E allora, caro don Franco, più che un addio questo è un grazie; un grazie che viene da chi ha incrociato la tua strada e da una città che, nel bene e nel male, è stata anche attraversata dalla tua presenza. Le parrocchie cambiano, gli incarichi finiscono, le porte delle comunità si aprono ad altri sacerdoti e ad altre stagioni; ma ciò che è stato seminato nelle persone non obbedisce ai calendari. Diciotto anni non si cancellano con un saluto: si portano nel cuore, nella memoria e, soprattutto, nella vita di coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarli.
